A cosa giochiamo?

Da piccoli, quando io e mio fratello ci incontravamo con gli amici, avevamo sempre una certa frenesia nel giocare, per sfruttare al massimo il tempo a nostra disposizione.

Lasciati i genitori alle loro chiacchiere, ci riunivamo subito facendoci la classica domanda: a cosa giochiamo?

L’idea erano sempre tante e il tempo per metterci d’accordo ci sembrava sempre sprecato, rispetto a quello per stare insieme.

Nascondino? L’assassino? Nomi, fiori, città? Un gioco in scatola?
Un, due, tre, Stella? Facciamo finta di essere al mare? Un pic-nic in camera?

C’erano alcuni giochi must per noi irrinunciabili e diversi a seconda degli amici con cui eravamo, ma con tutti il tempo voleva sempre troppo in fretta.

Chiedevamo ai nostri genitori di darci un certo preavviso prima di doverci salutare, in modo da prepararci al commiato, ma prima o poi la frase “È ora di andare!” arrivava ed era sempre troppo presto.

In quel momento il gioco si faceva scomposto, per gustarlo un ultimo istante senza che dovesse più avere per forza un esito finale. La nostra complicità lì si vedeva tutta, nessuna competizione, nessuna importanza verso il gioco in sé, ma esclusivamente verso di noi e il nostro rapporto.

Diverso era quando si trascorreva una vacanza con gli amichetti.

Il tempo a disposizione in quel caso era molto di più, c’era spazio sia per il gioco strutturato che per il gioco libero e il rapporto tra noi si faceva più fraterno. Ci divertivamo a definirci almeno cugini tra la gente, perché dire che fossimo amici ci sembrava troppo poco.

Il bello di essere fratelli è che non si è mai soli. Il rapporto è giocoso e confidenziale come i migliori amici e i più intimi confidenti.

Nei periodi di vacanza, o semplicemente nei giorni festivi, è bellissimo organizzare qualcosa insieme, per non lasciare che il tempo scivoli via.

I miei figli disegnano insieme, fanno giochi di società, giocano alla wii o ad altri giochi tecnologici interattivi, fanno le casette con le coperte, giocano a palla, coi pupazzetti, al lego o con qualunque cosa trovino in giro per casa.

La cosa che mi affascina di più è vedere i miei figli che stanno insieme, interagiscono e giocano senza aver stabilito un gioco.

Sentirli che scoppiano a ridere soltanto guardandosi negli occhi, osservare come da un semplice movimento casuale possa nascere un’ idea, un’intesa, una cosa fare che presto sfocia in un’altra, senza accordi precisi, sull’onda delle emozioni e dell’ improvvisazione: un gioco con le mani, una corsa, lo specchio riflesso che diventa una posa buffa e richiama qualunque altra cosa di conoscenza comune, un’idea estemporanea a cui aderire o da rifiutare senza discussioni e passando alla proposta successiva.

Non esiste un conduttore, ci si alterna, non per forza prima uno e poi l’altro, anche a caso. A seconda delle volte, delle giornate degli umori, delle energie, si può avere più lo spirito da leader o da gregario.

La parità è anche questo: sapersi scambiare liberamente i ruoli.

Mi incanto a guardarli da lontano, dopo aver fatto insieme un lavoretto in giardino: strappare erbacce insieme è stato divertente, tra attività, considerazioni, chiacchiere e soddisfazione nel vedere il risultato finale del nostro operato.
Soddisfatti e stanchi vedo che si siedono sul dondolo.

Mi fermo ad osservarli, senza interferire.

Chiacchierano, ridono, giocano, senza niente oltre loro stessi.
Come eravamo io e mio fratello.

Mi sento la mamma più felice e appagata del mondo.

Amo i cerchi della vita. Quando tutto si compie e prosegue al tempo stesso.

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