Capricci?

Quando Nicola fa una scenata perché sono finiti i suoi gelati preferiti, quando si oppone fisicamente per andare a letto, quando la sua protesta per un compito dura più del compito stesso.
Quando Elena, a pochi mesi di vita, tratteneva il fiato fino a svenire, quando si butta per terra con lo sguardo nel vuoto perché le ho detto “no”, quando si tappa la bocca con tutta la sua forza per non prendere l’antibiotico, quando si rifiuta di assaggiare qualcosa a costo di restare digiuna.
Ecco, a me non piace chiamarli capricci e non perché voglia portare in palmo di mano i miei figli, ma perché mi mette proprio in difficoltà la parola “capricci”, non solo per i miei figli, ma per qualunque bambino.
Mi infastidisce sentir dire che un bambino fa i capricci e soffro quando sento una madre dirlo del proprio figlio. Soffro proprio fisicamente. Come quando sento dire che i bambini sono furbi e che, secondo alcuni, lo sono anche i neonati: furbi perché sanno cosa vogliono e come ottenerlo!
È vero, piangono per essere presi in braccio, piangono se hanno fame, si lamentano per i disagi e piangono anche “solo” se vogliono ciucciare un po’.
Si tratta di bisogni a cui i bambini reagiscono di conseguenza, senza usare l’astuzia, ma in modo diretto: bisogno => richiamo.
Sì, i bambini sono impegnativi, faticosi, a volte difficili da gestire, ma il meccanismo del richiamo per esprimere un bisogno continua crescendo, anche quando l’oggetto del capriccio è un capro espiatorio.
In fondo i cosiddetti capricci sono delle occasioni, un pretesto per esprimere un disagio, comprendere e mettere alla prova le relazioni con gli adulti.
Che sia il bisogno di un gesto concreto di amore. “Ti vedo distratto, preoccupato, nervoso, impegnato (magari pure con mio fratello) e ho bisogno di essere sicuro che, in questo momento, mi ami ancora”.
Che sia il bisogno di manifestare la propria autonomia. “Sono capace e voglio dimostrarlo”. “Ho dei pensieri e dei sentimenti e voglio che tu lo sappia e li rispetti”.
Che sia il bisogno di testare il potere uno sull’altro. “Voglio vedere se, oltre ad avere tu potere su di me, ce l’ho io su di te.” “Un po’ di potere su di me mi protegge, troppo potere su di me mi schiaccia.” “Un po’ di potere su di te mi fa sentire riconosciuto come individuo, troppo potere su di te, mi fa sentire in balia di me stesso”.
Che sia il bisogno di verificare limiti e regole. “Se non ho regole, non so come muovermi.”  “Se sento di avere una guida ferma e coerente, mi sento più sicuro e amato.” “Se ho troppe regole, non sarò mai autonomo e non potrò mettermi alla prova e imparare.”
Che sia il bisogno di attirare su di sé l’attenzione, in modo da non sentire altro che fa stare male. “Se faccio un piccolo disastro, tu smetterai di litigare con papà.” Se ti faccio arrabbiare, smetterai di sgridare mio fratello.” “Se faccio una stupidaggine, mi guarderai.”
Sono tutte questioni relazionali, che si manifestano con un pretesto, ma nascono da un bisogno.
Il capriccio è pretestuoso ed è importante staccarsi dal pretesto di superficie per comprendere il bisogno che sta sotto. Non credo che sia difficile, basta immedesimarci nei bambini.
Quando Nicola fa una scenata perché sono finiti i suoi gelati preferiti è chiaro che il problema non sono i gelati, è inutile che io mi arrabbi, che sottolinei che non possiamo farci niente perché sono finiti e potrà mangiarlo un’altra volta. E sarebbe stupido metterlo in castigo, come se il problema dei gelati fosse reale.
La sua è una reazione impulsiva, devo solo aiutarlo a calmarsi, a capire il problema e a verbalizzarlo.
Cosa ti fa tanto arrabbiare per il gelato finito? A volte non è in grado di parlarne sul momento, ha solo bisogno di essere arginato, ignorato o distratto, ma se glielo chiedo quando è calmo, mi risponde con una chiarezza e una lucidità anche superiore a quella che avrei avuto io.
Spesso è Nicola stesso che quando si calma, mi dice di essersi calmato e poi mi chiede se lo amo ancora. Anzi, più spesso mette le mani avanti e mi dice: “Scommetto che non mi ami più.”
Ovviamente gli rispondo che lo amo e non ho mai smesso neanche quando faceva la scenata, ma che vorrei che parlasse per spiegarmi che è deluso, perché glieli compro sempre e teme che mi sia dimenticata di lui.
A volte è facile che capire che dietro il “capriccio” c’è un disagio, quando non c’è un oggetto del contendere, come ad esempio quando Nicola o Elena non vogliono andare a scuola o a letto. Sicuramente c’è un motivo, piccolo o grande.
I motivi possono essere tanti, un tentativo di indagare se sia qualcosa di importante o no, vale sempre la pena farlo.
Anche per i compiti, a volte, c’è un motivo in più che non è solo la noia di fare il compito.
Giusto il weekend scorso, Nicola ha totalmente rifiutato di farli, ci avrebbe messo un minuto a leggere, ma non voleva: ho dovuto accompagnarlo davanti al libro, dopodiché girava la testa e chiudeva gli occhi per non leggere.
La cosa è andata avanti parecchio, ho pensato davvero che sarebbe andato a scuola senza aver fatto i compiti, tanto che a un certo punto ho perso la pazienza, l’ho fatto alzare con una pacca sul sedere (sentendomi pessima, disarmata e in colpa) e gli ho detto che avrei scritto sul diario che si era rifiutato di farli.
A quel punto qualcosa è cambiato. Nicola è improvvisamente uscito dal loop e si è reso conto della situazione. Ne abbiamo parlato ed è venuto fuori che era da qualche giorno che non finiva i compiti a scuola (Nicola legge e scrive da quando aveva quattro/cinque anni e a scuola a volte si annoia e si oppone) per cui aveva una mole notevole di lavoro da finire a casa, oltre a dover gestire l’imbarazzo di non aver finito i compiti a scuola.
Una volta spiegato questo, ha fatto i compiti di buona lena e persino con allegria, l’allegria di chi si è tolto un peso dal cuore.
Essere emotivamente vicini a un bambino è l’aiuto più grande per entrambi, per una comunicazione emotiva e affettiva che duri nel tempo. Se mi pongo in maniera oppositiva a un capriccio, in fondo faccio la stessa cosa che fa un bambino e il bambino impara da me a reagire allo stesso modo. Più “no” gli dico, più “no” impara a dire.
Credo che non sia mai troppo presto per cercare di portare in superficie il vero problema, la vera necessità.
Elena ha tre anni ed un carattere forte, lo ha dimostrato fin dai primi mesi di vita, trattenendo il respiro fino a svenire quando piangeva accorata. Non mi spaventa, lo facevo anche io da piccola. Ora, benché sia una bimba tenera, con cui si riesce a parlare e ragionare ed è facile da consolare quando piange, è anche tostissima in certi momenti…come la mamma, dice qualcuno…
Così, se le dico “no” per qualcosa che vuole, è capace di sdraiarsi a terra, immobile, tipo la tanatosi difensiva di alcuni animali che simulano lo stato di morte in situazione di pericolo. Devo mettermi al suo livello fisicamente (mi abbasso a terra anche io) e parlarle fino a trovare la soluzione, se no non se ne esce.
Il tutto ignorando il suo gesto estremo di sdraiarsi immobile con lo sguardo nel vuoto. Anche se mi verrebbe da soccorrerla per vedere se è cosciente, evito di mostrarmi in stato di allerta, ormai so che cerca solo attenzione. Elena sembra sapere di aver avuto le convulsioni e momenti di assenza, sembra puntare su quello per farmi scuotere. Ma una volta che ignoro quella componente e le comincio a parlare, ecco che gira leggermente gli occhi, ho la prova che non è stato un momento di vera assenza ed è pronta ad ascoltarmi.
E l’antibiotico? Be’, sa benissimo che lo deve prendere per guarire, ma fa davvero schifo! Non ce la fa a decidere di prenderlo, ma ho capito che, per quanto lei protesti, vuole che sia io a costringerla a prenderlo, da sola proprio non ce la fa.
Poi, superato il momentaccio, non serba rancore e accetta coccole e cioccolata con gusto.
Anzi, da allora, la cioccolata dell’antibiotico è la più buona del mondo! 

 

 

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8 Commenti

  1. Ciao Barbara! I tuoi cuccioli, in questo video, mi ricordano le mie figlie quando avevano la loro età!
    Anche io quando ero costretta, uno scapaccione glielo davo e le critiche di molte mamme mi arrivavano puntuali. Ora che entrambe sono adolescenti, sono molto educate e tenere: me lo dicono anche i professori a scuola. Anche la “piccola” che ha l’età di Stella ed è bella tosta, quando capita che ci scontriamo poi fa la tenerona per scusarsi.
    Purtroppo noto invece che i figli delle mamme che hanno sempre concesso loro tutto sono dei tiranni e mi fa pena vederle trattate così dai loro figli!
    Bacioni
    Maria

    • Ciao Maria, sai, quando mi è scappata quella pacca sulla chiappetta, mi sono sentita in colpa, ma la cosa più bella è stata sentire Nicola, il giorno dopo, scusarsi per la scenata.
      Ne abbiamo parlato a lungo e credo che sia stata la chiaccierata più proficua che abbiamo mai fatto.
      Un bacio e grazie

  2. Piccolo Nicolino. Mi pare che non volesse proprio farsi riprendere nella scena iniziale, forse intimamente si vergognava di se stesso e del capriccio.
    Elena e l’antibiotico è da manuale: tutti abbiamo sperimentato queste difficoltà. Come me le ricordo bene! Ah, e come passa veloce il tempo!
    Ne ho quasi nostalgia. Quello che viene dopo è infinitamente peggio (anche se a me sembra che tu non sappia davvero cosa può essere l’adolescenza dei figli. I tuoi sono dei SANTI!)

    • Nel video Nicolino era a fine scenata…si era svolta sulle scale. Fa sempre così dopo che ha perso il controllo: si gira di spalle perché si dispiace del capriccio. Dopo me lo dice sempre che si mortifica di aver reagito così. Tant’è che prima di caricare il video gliel’ho fatto vedere per essere certa che non si dispiacesse. Lui si è guardato e si è commosso.
      Hai ragione sai…il bello di avere figli piccoli e grandi insieme è proprio che permette di apprezzare e godere anche dei capricci!
      Per quanto riguarda l’adolescenza, dammi tempo…ho idea che non sarà con tutti così. 😉

  3. Ciao Barbara!! Sono venuta a commentare qui sotto per dirti che il video non sembra più essere disponibile… forse è il caso che controlli… Youtube ultimamente è un po’ partito..

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