Qualcosa nel cassetto

Ho sempre qualcosa nel cassetto da tirar fuori al bisogno.

Qualcosa che possa aiutare a superare un momento difficile, riportare il sorriso, dare un po’ di sollievo.

Qualcosa che faccia star bene.

Ho sempre qualcosa nel cassetto che tengo da parte per un momento di necessità dei figli.

Che sia per consolazione, come incoraggiamento, gratificazione o ricompensa. Che sia per risollevare da una delusione o per un bisogno particolare di coccole e attenzioni, le occasioni non mancano mai.

Non serve che questo qualcosa riposto nel cassetto sia di valore, particolarmente desiderato, utile, speciale.

Speciale deve essere l’attimo, il significato, l’amore dietro al pensiero, più che l’oggetto in sé. Allora tutto è utile, tutto ha uno scopo e tutto può trasformarsi in un bel ricordo.

Elena ha la febbre e deve fare i compiti.

Li inizia con fatica seduta al tavolo della cucina, avvolta dentro una coperta, col mio aiuto e il sostegno dei fratelli intorno.

La prima moltiplicazione da affrontare sembra una montagna.

C’è un piccolo macigno dentro Elena, fatto di febbre, stanchezza e magone, che rende questa montagna spaventosamente alta, davvero insormontabile a guardarla dal basso.

Intraprendere quel sentiero, fatto di ben otto operazioni, le sembra così difficile, da non saper neanche da dove cominciare a fare le asticelle per incolonnare i numeri.

Elena guarda i quadretti sul quaderno.

Da dove faccio partire la linea?

Quanto deve essere lunga?

E se poi il risultato sarà a tre cifre, avrò lasciato abbastanza spazio a sinistra?

Cinque minuti per decidere dove tracciare la prima linea.

Due minuti per tracciare una linea incerta e cancellarla subito dopo.

Altri due minuti per rifarla esattamente uguale, quindi ricancellarla!

Posso Elena?

Prendo la penna e suggerisco il punto il cui cominciare, contando i quadretti.

Qualcosa si risveglia in lei.

Non è lì che va fatta, mamma…bisogna farla qui.

Evviva…stavo implodendo per non esplodere.

Elena traccia la prima linea e passa alla seconda perpendicolare, senza cancellare più niente.

Forse è partita. Forse.

Per fare la prima operazione ci vogliono dieci minuti e le tabelline si inceppano come se le stesse ancora studiando dall’inizio.

Faccio un rapido calcolo: non abbiamo a disposizione così tanto tempo per fare tutte le operazioni.

Sai Elena, mi sono ricordata che ho qualcosa da parte per te, che ora che fai le operazioni a tre cifre potrebbe esserti davvero utile.

Lo sguardo di Elena si accende.

  • Cosa mamma?
  • Dopo vado a prenderla, intanto fai un calcolo.

Ad ogni operazione Elena procede un po’ in fretta, senza guardare troppo avanti, senza chiedermi altro sulla sorpresa, con gli occhi fissi sul calcolo in corso.

Blu per le unità, rosso per le decine, verde per le centinaia.

Elena cambia penna e colori con crescente scioltezza.

Percorre il sentiero fatto di passi/operazioni, senza controllare più la fine/cima, finché si trova a un passo dal raggiungerla.

L’ultima operazione, l’ultimo sforzo.

Le viene fretta di finire e con la fretta un po’ di ansia, ma è a un passo dalla cima e non avrebbe mai creduto di poterci arrivare con tutto quel freddo, quella febbre e quei dolori.

Vuoi che sia l’effetto della tachipirina, dell’ultima operazione ormai avviata o la curiosità di conoscere la sorpresa, ma Elena finisce i compiti in scioltezza e non ha più né freddo né dolori.

  • Cos’è la sorpresa mamma?
  • Vado a prenderla. Chiudi gli occhi!

Il resto di quello che prova adesso Elena, lo possiamo trovare nei nostri ricordi, rivivendo le nostre emozioni da bambini.

E tu cosa tieni nel cassetto per superare i momenti difficili dei bambini?

E per superare i tuoi?

Io credo di aver capito da cosa nasce l’espressione “un sogno nel cassetto”.

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